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	<title>LA GRANDE SAGA FANTASCIENTIFICA DI CUI NON POTREBBE FREGAR DI MENO A NESSUNO</title>
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	<description>di Gustavo Tuamadre</description>
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		<title>capitolo uno (per il secondo passate di qua in un periodo di tempo tra fra sei mesi e mai, più o meno)</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 19:47:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gustavotuamadre</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>non è per fare quello che ha girato il mondo e te lo spiega con tono bonario e una paterna pacca sulla spalla, ma quando londra c&#8217;era ancora, e scendevi alla fermata della metropolitana a camden town, c&#8217;erano essenzialmente due direzioni che potevi prendere. o andavi a destra, e ti incamminavi più o meno lentamente verso i mercatini all&#8217;aperto, il mercatino all&#8217;aperto recintato, i negozietti che però parevano bancarelle di mercatini all&#8217;aperto, i mercatini al chiuso, le magliette simpatiche e alternative, le stampe simpatiche e alternative, le spille simpatiche e alternative, tutto il resto simpatico e alternativo, circondato da turisti divertiti, autoctoni divertiti e un sacco di gente che dalle mie parti neanche a carnevale, signora mia, ci si veste così, e magari ne approfittavi per andare a uno dei simpatici chioschetti che vendevano cibo di ottantun paesi diversi (nello stesso piatto; seriamente, il cavolo nel kebab? i sottaceti? eh?) per acquistare quattro sterline e cinquanta di cena di cui ti saresti pentito al secondo morso e mezzo</p>
<p>oppure</p>
<p>oppure andavi dritto. ad andar dritto ti ritrovavi in una viuzza normale di londra, con i suoi ristorantini italiani, i suoi negozietti di dischi, il miglior parrucchiere d&#8217;inghilterra del 2006, che per pagare una messa in piega dovevi impegnare la cistifellea, le casette con ringhiera e porticina sul seminterrato, le scuole con annessi ragazzini in uniforme e così via. proseguendo si arrivava, in una decina di minuti, a primrose hill e allo zoo di londra. era un posto tranquillo e, volendo, carino. se non avevate molto altro da fare e voglia di far due passi, non era male farli di là ecco. però, era sempre camden town, non so se mi spiego.</p>
<p>lo sottolineo perchè, secondo me, è questo che è costato altri potenzali sessant&#8217;anni di vita prima di un infarto, un tumore o sa dio che altro a toglierli quietamente di mezzo ai tre poveri cristi che erano in quella cazzo di via con me. perchè ti vedi passare accanto un tizio con un casco da motociclista da cui provengono parole alternate a scariche statiche, come fosse una trasmittente da vigile urbano da testa, con addosso una tuta che sembra un incrocio tra la divisa del pony express di una pizzeria e una mimetica, ben infilata dentro un paio di stivali di gomma, e pensi &#8216;vabbè, siamo a camden&#8217;. fossimo stati a, che ne so, la spezia, la cosa avrebbe allarmato anche il resto di noi a sufficienza per non farmi finire in questo orrendo casino da solo.</p>
<p>non che morire sia un tipo di casino meno fastidioso eh, sia chiaro. che poi passo sempre per quello che si lamenta.</p>
<p>quando ci incrociò io ero chinato ad armeggiare con i lacci degli scarponi, un vecchio paio di caterpillar del novantanove che stava perdendo i pezzi. all&#8217;inizio non ci feci caso, e pensai che fosse semplicemente un pazzoide come tanti altri. poi mi sorpassò e scese le scale che dal livello strada portavano al seminterrato dell&#8217;edificio esattamente accanto a dove mi trovavo. ero appoggiato alla ringhiera nera di quella casa cercando un minimo di equilibrio quando lo vidi accelerare il passo con cui affrontava gli scalini e digitare un codice a quattro cifre su una piccola pulsantiera accanto a uno spesso portone metallico, da cui provenne un piccolo scatto e che lui spalancò, infilandocisi dentro. ma non fu la sua fretta, il suo aspetto o la totale estraneità di un portone del genere rispetto al contesto in cui si trovava a allertarmi, quanto l&#8217;unica frase proveniente dal casco che riuscii a comprendere. un eccitato e inquietante &#8216;and it&#8217;s going&#8230; now!&#8217; aggrottai le sopracciglia e mi rialzai di scatto per raggiungere gli altri, che non si erano fermati ad aspettarmi, giusto in tempo per soffocare alla terza sillaba una bestemmia particolarmente elaborata.</p>
<p>davanti a me c&#8217;era un&#8217;enorme nuvola, a livello terra, che avanzava dal fondo della strada, infilandosi per le vie laterali e acquistando quota in altezza mentre proseguiva.<br />
un muro di fumo fumo. verde. che veniva verso di noi.</p>
<p>ora, io non sono uno scienziato. faccio l&#8217;ausiliario del traffico, santo iddio, e ho abbandonato gli studi dopo due esami a scienze della comunicazione. mentirei se dicessi che in un momento mi era apparso chiaro cosa stesse succedendo, dato che anche ora non ho grandi indizi sulla cosa, ma il mio istinto di sopravvivenza si limitò al più basilare dei due più due. guardai il portone alla mia destra; non era ancora chiuso. afferrai la ringhiera con entrambe le mani e mi diedi lo slancio con gli scarponi mezzi slacciati. atterrai due metri e mezzi più in basso, distruggendomi la caviglia sinistra. dimenticando il dolore per una frazione di secondo appoggiai tutto il peso del corpo sul piede sinistro e col destro bloccai il portone quel tanto che bastava per tenerlo aperto. vincerne la resistenza mi cosò uno sforzo notevole, ma riuscii ad allargarlo abbastanza da poterlo attraversare.</p>
<p>stavo per entrare nella stanza davanti a me quando, con un&#8217;espressione più contrariata che sorpresa, mi si fece incontro un ragazzo sui venticinque anni, pallido e coi capelli rossi lunghi forse mezzo centimetro. riconobbi con un brivido la mimetica e gli stivali di gomma. non sembrava essere ben predisposto verso il tizio zoppicante che si stava sforzando ad allargare tre quintali di portone in metallo. date le circostanze, probabilmente si sarebbe limitato a spingermi fuori, ma in quel momento ero convinto avesse intenzioni ben più violente, e mi preparai a attaccare allo stesso modo.</p>
<p>l&#8217;improvviso rumore di uno schianto e di vetri sbriciolati a non troppa distanza da noi lo distrasse quel tanto che mi bastò per prendere un minimo di slancio e centrarlo con una testata secca tra il naso e l&#8217;occhio destro. il ricordo degli istanti seguenti, col tempo, è diventato un insimeme disordinato di istantanee di pochi centesimi di secondo ognuna.</p>
<p>fuori, urla.<br />
uno schizzo di sangue dalle sue narici.<br />
il dolore della testata data, sordo, che rimbomba tra le tempie.<br />
lui che cade battendo la testa.<br />
il sangue atterra sulla mia felpa.<br />
ancora urla, un coro di centinaia di persone terrorizzate.<br />
che cazzo sta succedendo?<br />
mi giro e chiudo il portone.<br />
ispeziono velocemente la stanza con lo sguardo. uno scantinato un tavolo, un armadietto, una sedia.<br />
fuori, un altro schianto.<br />
oggetti sparsi, non riesco a mettere a fuoco.<br />
sono terroristi?<br />
prendo la sedia e gliela sfondo sulla testa, per sicurezza.<br />
di nuovo.<br />
non si muove più, ma respira.<br />
almeno, sembra che lo faccia.</p>
<p>immobile. non solo io, tutto sembrava essersi cristallizzato. silenzio. minuti. forse decine di minuti.</p>
<p>mi ripresi dallo shock mentre la trasmittente all&#8217;interno del casco abbandonato sul tavolo comunicava istruzioni incomprensibili. ero atterrito, ma realizzai di dovermi muovere da lì, dato che non potevo essere certo fosse un posto sicuro dove stare. per quanto ne sapevo poteva benissimo essere un magazzino comune per i tizi responsabili di tutto il disastro là fuori.</p>
<p>o meglio, il supposto disastro là fuori, dato che non avevo la minima idea di cosa fosse successo. poteva esserci qualunque spiegazione. guardai il tizio che avevo steso, e l&#8217;unica cosa che mi confortava era sapere che, comunque fosse andata, gli eventuali danni cerebrali che gli avevo procurato tra testata, caduta e sediate se li era meritati tutti.</p>
<p>ispezionai lo stanzino. sopra il tavolo c&#8217;erano il casco e un paio di bombole da sub. dalla maniera in cui il tubo con il bocchettone delle bombole era mezzo infilato dentro un&#8217;apertura sotto la visiera del casco intuii che il fumo verde là fuori non doveva essere esattamente innocuo. inoltre, la fretta con cui si era messo a svolgere l&#8217;operazione poteva significare che lo stanzino non fosse a tenuta stagna, con il rischio di infiltrazione della nuvola, oppure che avesse ricevuto istruzioni di uscire immediatamente. con la mia fortuna, probabilmente significava entrambe. dentro l&#8217;armadietto c&#8217;era una mitraglietta appesa ad un supporto tramite una cinghia, dei sacchi neri, dei guanti, un tascapane militare e delle batterie. la trasmittente era un continuo sputare ordini, resi incomprensibili dalle scariche statiche e da un accento che non riuscivo a identificare. mi accorsi solo in quel momento che nella stanza non c&#8217;erano finestre, o altri accessi. se volevo vedere cos&#8217;era successo dovevo uscire. questo mi convinse ancora di più della necessità di muovermi da lì. spogliai, con qualche difficoltà, il presunto terrorista, e indossai la sua divisa sopra i miei vestiti. era leggermente troppo larga, ma non abbastanza da causare impaccio o, a un&#8217;eventuale osservatore, risultare in qualche modo strana addosso al sottoscritto. gli stivali erano di una misura troppo piccola, per cui mi limitai a rimettere i caterpillar, pregando che non fosse una parte fondamentale della divisa (sempre che ci fosse una divisa unica). infilai i pantaloni della tuta dentro i calzini, e con due sacchi neri della spazzatura creai delle ghette per limitare il più possibile l&#8217;eventualità che dell&#8217;aria si infilasse tra la tuta, i calzini e gli scarponi. ficcai le batterie (che supposi essere il ricambio per quelle della trasmittente) e le munizioni nel tascapane, e lo misi a tracolla. soppesai la mitraglietta. non avevo idea di come si usasse, o di come caricarla, ma immaginai che sarebbe comunque stato meglio portarsela dietro e imparare da autodidatta, per cui misi a tracolla anche quello. l&#8217;indicatore delle bombole segnava poco più di metà serbatoio di autonomia. a quanto questo corrispondesse in termini temporali, non ne avevo la minima idea. grazie a dio, il loro funzionamento si basava su una semplice valvola, per cui non dovetti perderci troppo tempo dietro. le indossai come uno zainetto, costrinsi la testa dentro al casco con fatica (cristo, quanto piccola doveva essere la testa di quell&#8217;uomo?) e morsi il bocchettone con rabbia. la tuta e il casco avevano una serie di etichette di velcro che feci combaciare il più accuratamente possibile. c&#8217;era una mazza da baseball di metallo appoggiata all&#8217;armadietto. dopo averla soppesata soddisfatto, decisi di portarla con me.</p>
<p>soffrivo un caldo irreale, ma lo liquidai come un problema secondario, visto che un metro più in là poteva anche esserci qualunque cosa. dall&#8217;interno il portone si apriva tramite una grossa maniglia, senza alcun bisogno di codici o chiavi. aprii la valvova delle bombole al minimo, cercando di respirare il meno e il più lentamente possibile. mi stavo abituando alla parlata all&#8217;interno del mio casco abbastanza da riconoscere qualche parola, ma non molto di più. una voce monotona elencava una serie di luoghi della capitale inglese, seguiti da quello che poteva essere un &#8216;gone&#8217;, oppure un &#8216;done&#8217;. rabbrividii e afferrai la maniglia. con una decisa pressione la ruotai verso il basso. due secondi dopo ero all&#8217;esterno.</p>
<p>lasciai gli stivali del ragazzo a impedire la totale chiusura del portone e salii lentamente le scale, lanciando una lunga occhiata lungo tutta la strada che avevo davanti prima di espormi definitivamente. davanti a me un frontale tra due auto si era trascinato fino alla vetrina di un bar, sfondata dal posteriore di una delle due, che era penetrata per una buona metà all&#8217;interno del locale. più avanti, un furgone si era spalmato lateralmente addosso a un muro. persone in piedi non ce n&#8217;erano, ma tra marciapiedi e strada c&#8217;erano una quarantina buona di corpi stesi a terra. imprecando e muovendomi il più cautamente possibile raggiunsi i miei amici. daniele era il più vicino, e giaceva col viso rivolto verso l&#8217;asfalto. i vestiti,almeno, sembravano intatti. lo girai con delicatezza e riuscii a stento a trattenere un conato acido di vomito. non aveva più la faccia. sembrava una mummia, la pelle marroncina e raggrinzita, le labbra ritratte, i denti scoperti. gli occhi erano spariti, inghiottiti da strati di epidermide rugosa. cominciai a piangere senza quasi accorgermene.</p>
<p>lo riadagiai a terra come fosse un bambino e mi misi a sedere poco più in là. era più di quanto potessi sopportare in quel momento. sentivo una fitta al petto, la testa che pulsava (un fastidio amplificato dal casco troppo piccolo e dalla voce che proveniva dalla trasmittente) e non riusivo a smettere di tremare. sentivo che stavo per crollare. per cercare di rimanere lucido mi misi ad analizzare la situazione, concludendo in pochi secondi che ero fottuto. non sapevo cos&#8217;era successo, chi era stato, quanto era estesa la cosa. poteva essere una cosa a livello di città, di regione, di stato, di continente, di mondo. quanti terroristi erano coinvolti. se erano terroristi. poteva essere il primo atto di una guerra tra nazioni. potevano essere perfino alieni, cristo di un dio. come avrei fatto a tornare in italia? era successo anche in italia? il telefonino era sotto la tuta, dentro i jeans. non potevo, almeno per il momento, prenderlo. bestemmiai piano.</p>
<p>quello che era peggio, anche ammettendo mi fosse andata abbastanza liscia da sopravvivere nell&#8217;immediato a qualunque cosa stesse accadendo, sapevo di non aver alcuna nozione tecnica, medica o militare che mi potesse aiutare. al massimo avrei potuto multare le auto che si erano schiantate dentro le zone di parcheggio a pagamento. o avrei potuto far i giochi di ruolo sulla fiducia che avevamo fatto al corso di psicologia all&#8217;università. &#8216;si lasci cadere all&#8217;indietro, signora mummia, e lasci che il suo compagno essiccato dietro di lei la afferri&#8217;.</p>
<p>fare il punto della situazione non era stata una buona idea. ero letteralmente sopraffatto dal terrore. non sapevo cosa fare, e decisi di tornare al magazzino per vedere se il tizio si fosse svegliato. una volta giunto lì, lo trovai nelle stesse condizioni della gente per strada. evidentemente l&#8217;effetto della nuvola non era ancora finito. per sicurezza ricontrollai da cima a fondo lo stanzino. spostai l&#8217;armadietto e trovai una piccola nicchia nel muro che nascondeva un migliaio di sterline in banconote da cento e da venti. le miri nel tascapane con un gesto automatico, nonostante razionalmente sapevo che probabilmente non valevano molto più di semplice carta straccia.</p>
<p>dovevo trovare un modo per chiamare i miei, e lì dentro non potevo certo farlo. era stata una mossa stupida rientrare, per cui tornai fuori senza sapere bene cosa cercare. era una mossa stupida anche quella, ma se non altro in caso di pericolo all&#8217;aperto avrei avuto più opzioni che in quei pochi metri quadri.</p>
<p>camminai per una buona mezz&#8217;ora tra strade prive di ogni segno di vita, tra resti di incidenti e persone e animali mummificati, chiedendomi se qualcun altro, oltre agli eventuali responsabili, si fosse salvato. probabilmente le istruzioni che arrivavano dirette al mio orecchio destro riguardavano la ricerca di sopravvissuti, ma non riuscivo a prestare loro attenzione. mi chiesi anche perchè non incontrassi nessun altro terrorista. dubitavo non ce ne fossero in giro, dato che, anche fosse toccato al morto nel magazzino pattugliare il quartiere (il che avrebbe spiegato l&#8217;assenza dei suoi colleghi), la sua mancanza di comunicazioni sicuramente si sarebbe fatta notare.</p>
<p>per aggiungere buone notizie a una situazione ottima, il livello delle bombole d&#8217;ossigeno si stava abbassando ben oltre i miei desideri. poteva significare che poi l&#8217;aria sarebbe stata respirabile. oppure no. in qualunque direzione mandassi i miei pensieri, finivo in un vicolo cieco che preferivo evitare il più possibile.</p>
<p>arrivai di fronte al pret-a-manger in cui avevamo mangiato il giorno prima. lanciai un&#8217;occhiata all&#8217;interno e mi stupii di quanto in fretta ero diventato apparentemente insensibile di fronte alla vista di -letteralmente- mucchi di cadaveri. dovevano essere stati in fila per le ordinazioni al momento dell&#8217;arrivo della nuvola, per poi collassare gli uni addosso agli altri. chissà che odore disgustoso, considerai asettico. indietreggiai e strinsi tra le mani la mitraglietta. tanto valeva provare a farci qualcosa. sovrappensiero feci pressione sul grilletto e una piccola raffica di colpi sgretolò con un boato la vetrina che occupava una parete del locale. se non altro funzionava, il che era positivo, ma considerai terrorizzato che avevo rischiato di attirare chiunque nel raggio di chilometri.</p>
<p>uno dei corpi all&#8217;interno del fast food al momento della morte stava ascoltando l&#8217;ipod. pensai che un po&#8217; di musica mi avrebbe potuto distrarre, e subito dopo uno slancio decisamente superiore di razionalità mi fece realizzare che davanti a me avevo un tesoro. qualunque cosa avessero in tasca o nello zaino le persone che avevo davanti mi sarebbe di sicuro potuto essere più utile che a loro. quel lampo utilitarista e cinico mi aiutò non poco mentre cercavo di riacquistare il totale controllo dei miei nervi.</p>
<p>stavo perquisendo un enorme zaino da scout, da cui avevo già tirato fuori uno stradario e delle altre batterie, quando sentii una voce sdoppiarsi e provenire contemporaneamente, con un leggero sfasamento, dal casco e da dietro di me. mi voltai lentamente e inquadrai quello che aveva tutta l&#8217;aria di essere un altro terrorista. la stessa divisa che indossavo io, il casco, la mitraglietta, perfino il modello di tascapane era lo stesso. aveva la visiera del casco sollevata e non portava bombole alle spalle. mi chiese che diavolo ci facessi lì, mostrandosi parecchio incazzato. diedi un paio di colpetti con le dita sul casco, all&#8217;altezza dell&#8217;orecchio destro, fingendo di non riuscire a sentire. questo lo calmò, si tolse il casco e disse &#8216;it&#8217;s over&#8217;, tranquillizzandomi sulla rinnovata respirabilità dell&#8217;aria. mi limitai ad annuire, e gli sparai addosso.</p>
<p>dicono che per ammazzare una persona ci vuole una dose di coraggio non indifferente. mi sento di dissentire. quello che è necessario è, sostanzialmente, una paura fottuta. gli scaricai addosso tutti i colpi che credevo necessari per farlo fuori. e poi un altra decina. quando smise di muoversi, me lo caricai in spalla e lo lanciai al di là del bancone del pret-a-manger. uscii per un paio di secondi per controllare che nessuno stesse accorrendo, poi rientrai e mi misi a sedere a mia volta dietro il bancone.</p>
<p>tolsi il boccaglio e le bombole di dosso, con un certo sollievo delle cervicali. sfilai il casco, avvertendo una immediata sensazione di liberazione, e respirai per qualche secondo a pieni polmoni. l&#8217;odore era pessimo, ma l&#8217;idea di non dipendere da due cilindri di aria inscatolata valeva il sacrificio. presi il telefonino e tentai di chiamare a casa. suonò libero per una quindicina di volte senza che nessuno rispondesse. la stessa cosa accadde con altri tre o quattro numeri. quel che era peggio, non c&#8217;era segno di chiamate perse o messaggi ricevuti. dovetti sforzarmi per non mettermi a urlare qualunque bestemmia esistente al mondo. contai fino a dieci e mi guardai attorno. c&#8217;era un vassoio nelle mani di quella che, dai vestiti, appariva come una signora di mezza età, crollata a una trentina di centimetri da me. presi da lì un brownie ancora confezionato e, dopo averlo scartato, diedi un morso nervoso. la densa crema di cioccolato, per un istante, mi fece sentire meglio.</p>
<p>un paio di secondi dopo mi lasciai cadere alla mia destra e vomitai anche l&#8217;anima.</p>
<p>benvenuto nel nuovo mondo, enrico. da qui è tutta salita.</p>
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